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Una donna con velo blu tra gli scaffali di un supermercato, osservata da una figura scura in fondo alla corsia.
Racconto · Supermercato

La fuga di Alina

Alina*, 29 anni · Locarno

Mi chiamo Alina*, ho 29 anni*, vivo a Locarno* e faccio la casalinga. Nel corso degli anni ho vissuto diversi episodi di razzismo, ma ce n’è uno che non riesco a dimenticare.

Era una mattina tranquilla del 2025. Avevo appena accompagnato i miei figli a scuola e mi ero fermata al supermercato per fare la spesa. Ero sovrappensiero, immersa nei pensieri di ogni giorno. All’inizio non ho fatto caso a ciò che accadeva intorno a me.

Poi ho iniziato a sentire una presenza insistente alle mie spalle: un uomo di mezza età mi stava seguendo tra le corsie.

All’inizio ho cercato di convincermi che fosse una coincidenza. Ma poi sono arrivate le parole.

“Sono ovunque.”

“È ora che te ne torni a casa.”

“Che schifo, adesso vomito.”

Ripeteva queste frasi con insistenza. Ho capito subito che ce l’aveva con me, con il mio velo. Ho provato a ignorarlo. Ho continuato a prendere i prodotti dagli scaffali, a camminare come se nulla stesse accadendo. Dentro, però, sentivo crescere un nodo alla gola.

Lui non si fermava. Mi ha seguita fino alla cassa. A quel punto ero esasperata e spaventata. Mi sono girata verso di lui e, con tutta la fermezza che sono riuscita a trovare, gli ho detto di smetterla. Gli ho detto che avrei chiamato la polizia.

Sono uscita dal supermercato con il cuore che batteva fortissimo. Pensavo fosse finita lì. Invece no. È salito in macchina e mi ha seguita.

In quel momento la paura ha preso il sopravvento. Non sapevo cosa volesse fare, non sapevo fin dove sarebbe arrivato. L’unica cosa che riuscivo a pensare era mettermi in salvo. Ero vicino alla dogana e ho deciso di dirigermi lì, perché di solito ci sono le guardie di frontiera. Quando mi sono fermata in quella zona, lui finalmente si è allontanato.

Se c’è un lato “positivo” in tutto questo, è che ero sola. I miei figli non erano con me. Non avrei sopportato che assistessero a una scena del genere. È questo il pensiero che più mi ha scossa: sapere che una cosa così sarebbe potuta accadere davanti ai loro occhi.

Mi sono sentita debole. Vulnerabile. Non solo come donna, ma come madre che vorrebbe proteggere i propri figli da tutto il male possibile.

Questa storia l’ho raccontata solo a mio marito. Mi ha detto che avrei dovuto chiamare subito la polizia. Forse ha ragione. Ma in quei momenti il panico ti blocca. Non ragioni con lucidità. Pensi solo a uscire da lì, a tornare a casa, a sentirti al sicuro.

E quello che resta, dopo, è una tristezza profonda. La consapevolezza che basta entrare in un supermercato, in una mattina qualunque, per diventare il bersaglio dell’odio di qualcuno.

Una donna con il velo tra gli scaffali di un supermercato, seguita da una figura scura in fondo alla corsia.
Una donna con velo verde in una corsia del supermercato, con una figura scura che la osserva da lontano.

* Nomi, età e luoghi sono stati modificati per proteggere l’identità della vittima. Provenienza e stato sociale (e.g. patrizi, cittadini, domiciliati) vengono preservati quando noti, per mostrare come le vittime arrivino da ambienti molto diversi tra loro. Le informazioni sono note all’Associazione GMSI.

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