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Due ragazze sedute su una panchina in un cortile scolastico d’autunno; quella con il velo tiene lo sguardo basso.
Racconto · Scuola

Abeba e le sue colpe

Abeba*, 15 anni · cresciuta in Svizzera

Mi chiamo Abeba*, ho 15 anni*, sono di origine etiope, ma sono nata e cresciuta in Svizzera. La Svizzera è sempre stata casa mia. È il posto dove sono andata all’asilo, dove ho imparato a scrivere, dove ho costruito le mie prime amicizie.

Nel 2020*, con l’inizio del mese di Ramadan, ho deciso di indossare il velo per la prima volta. È stata una scelta mia. Mi sentivo felice, serena, persino orgogliosa. Per me non era solo un pezzo di stoffa: era un modo per rappresentare la mia religione e una parte importante di me.

Il primo giorno di scuola media sono entrata in classe con il cuore che batteva forte. All’inizio ho cercato di non farci caso, ma ho subito notato gli sguardi nei corridoi. Sguardi insistenti, diversi da quelli di prima. Ho fatto finta di niente. Mi sono detta che era solo una mia impressione.

Dopo una settimana, però, ho iniziato a sentire i pettegolezzi. Le parole non erano dette in faccia, ma arrivavano lo stesso. Le percepivo nei silenzi improvvisi quando mi avvicinavo, nei bisbigli alle mie spalle.

La cosa che mi ha fatto più male è stata la reazione della mia migliore amica. Ci conoscevamo da tanto tempo. Pensavo che niente potesse cambiare tra noi. Invece ha iniziato a ignorarmi. Un giorno mi ha detto chiaramente che non voleva più essere mia amica perché portavo il velo. Sentirmelo dire così, senza altre spiegazioni, mi ha spezzato qualcosa dentro. Non capivo come un gesto che per me era così importante potesse cancellare tutto il nostro passato.

Non era solo lei. Alcuni compagni facevano commenti spiacevoli, dicendomi che avrei dovuto toglierlo. All’inizio erano frasi buttate lì, poi la situazione è peggiorata. Dopo la scuola, alcuni ragazzi si radunavano per seguirmi e insultarmi. Io camminavo più veloce, con lo stomaco chiuso dalla paura, fingendo di non sentire.

Mi sentivo indifesa. Mi sentivo diversa, come se all’improvviso fossi diventata un’altra persona agli occhi degli altri. Come se tutto l’affetto e la normalità di prima fossero spariti solo per una mia scelta.

A un certo punto non ce l’ho più fatta. Ho smesso di andare a scuola per una settimana. Restavo a casa, con una scusa. Non riuscivo a parlarne con nessuno. Mi vergognavo, come se la colpa fosse mia.

Dopo due settimane, però, ho trovato il coraggio di raccontare tutto a mia madre. È stato difficile, ma anche liberatorio. Per la prima volta non mi sono sentita sola.

Due ragazze sedute su una panchina tra le foglie d’autunno, in un cortile scolastico al tramonto.
Due amiche sedute su una panchina davanti alla scuola; quella con il velo guarda a terra.

* Nomi, età e luoghi sono stati modificati per proteggere l’identità della vittima. Provenienza e stato sociale (e.g. patrizi, cittadini, domiciliati) vengono preservati quando noti, per mostrare come le vittime arrivino da ambienti molto diversi tra loro. Le informazioni sono note all’Associazione GMSI.

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